Diminuisce la popolazione di Modena nel 2020, 186.104 abitanti. Sono 350 i morti in più a causa del Covid-19. Calano significativamente le nascite, 200 in meno rispetto alla media degli ultimi 5 anni.

La popolazione residente a Modena al 31 dicembre 2020 ammonta a 186.104 abitanti, in calo rispetto l’anno precedente (637 persone in meno. -3,4 per mille).
Il saldo migratorio è positivo (+398 unità), in calo però rispetto alle +981 unità del 2019.
Durante l’anno della pandemia i processi migratori si sono fermati in tutto il mondo e anche a Modena sono arrivati in totale meno immigrati.
Il saldo naturale è assai negativo (-1.035 unità, 1.316 nati e 2.351 decessi) circa il doppio rispetto al 2019 quando fu di -547 unità (1.471 nati e 2.018 decessi).
L’impatto della mortalità da Covid sul saldo naturale si riscontra nei mesi di Marzo (-161 unità, 107 nati e 268 decessi), Aprile (-109, 99 nati e 208 decessi), Novembre (-174, 98 nati e 272 decessi) e Dicembre (- 150, 106 nati e 266 decessi); nei restanti mesi la mortalità si può considerare in linea con la media dei cinque anni precedenti.
L’eccesso di mortalità dovuta al Covid 19 si può stimare in circa 350 unità o il 17,5% in più (differenza tra media 2015 – 2019, 2.019 unità e dato 2020, 2.351 unità).
Calano del 13% anche le nascite da 1.514 (dato medio anni 2015 – 2019) a 1.316 del 2020, con una perdita di circa 200 nuovi nati.
Sul calo delle nascite non ha impattato tanto la pandemia quanto la mancanza di giovani in età riproduttiva e il basso indice di fertilità.
Mentre l’eccesso di mortalità rispetto ai trend naturali è sicuramente un fatto straordinario, il calo dei nuovi nati, secondo tutti i demografi, si acuirà nel 2021 e negli anni a seguire a causa del protratto senso di vulnerabilità e insicurezza causato dalla pandemia.
Alcuni già parlano di generazione del Baby Bust per contrapporla a quella dei loro nonni detta del Baby Boom.

Sotto la piramide delle età del comune di Modena. Come si osserva i Baby Boomers (età 45 – 64 anni) sono la fascia di popolazione più ampia e sono quasi il doppio di quelli con meno di 19 anni.
Fra 30 anni se le tendenze non variano il saldo naturale sarà negativo di circa 2.000 unità all’anno.

La Corea del Sud ora cerca soluzioni per vivere con un basso tasso di natalità

Dopo anni di tentativi falliti per aumentare il tasso di natalità, il governo della Corea del Sud afferma che dedicherà i suoi sforzi per apprendere a convivere con il declino della popolazione, piuttosto che cercare di fermarlo.

Il governo ha “riscontrato difficoltà ad invertire il basso tasso di natalità” e quindi adotterà un approccio “a due binari” da un lato per incoraggiare le nascite, d’altro lato per trovare modi per adattare l’economia a una popolazione in calo e sempre più vecchia. Questo secondo una dichiarazione congiunta degli 11 ministeri che compongono il governo di Chung Sye-kyun (mercoledì 27 gennaio 2021).

Il tasso di fertilità della Corea del Sud di 0,92 è stato il più basso al mondo nel 2019 e probabilmente è sceso ulteriormente lo scorso anno poiché l’incertezza della pandemia ha scoraggiato i giovani dallo sposarsi e avere figli.

“La pandemia Covid-19 ha intensificato lo shock negativo derivante dal calo demografico interrompendo l’afflusso dei lavoratori stranieri (specialmente collaboratori domestici) e così provocando interruzioni di carriera per le donne che devono affrontare un aumento degli impegni per l’assistenza all’infanzia e agli anziani”, afferma il comunicato.

La dichiarazione ha annunciato il lancio di una terza task force governativa sulla politica demografica da quando il presidente Moon Jae-in è entrato in carica nel 2017 e ha delineato i principali obiettivi.

Per ridurre al minimo l’impatto economico di una popolazione in declino, il governo prevede di incoraggiare una maggiore partecipazione femminile al lavoro e di innalzare l’età pensionabile, favorendo nel contempo l’afflusso di lavoratori stranieri.

Il governo svilupperà un nuovo visto per attirare ricercatori e altri professionisti dall’estero, e fornirà inoltre incentivi per aiutare i pensionati ad avviare la propria attività.

La Corea del Sud rafforzerà anche il “supporto legale e istituzionale” per le famiglie non tradizionali come quelle basate sulle unioni civili o le coppie non sposate con bambini.

Il governo prevede di rilasciare misure dettagliate del piano da maggio prossimo.

Alcune riflessioni sulla Pandemia

La pandemia ancora in corso come tutti gli eventi catastrofali e’ causa, catalizzatore, innesco e acceleratore di mutamenti radicali e duraturi;
l’Italia in brevissimo tempo ha colmato ritardi decennali e ha acquisito modalità di lavoro, stili di vita e consumi da nazione digitalmente avanzata e iperconnessa.
Nuovi vocaboli, usati prima solo dagli specialisti, quali DAD, smartworking, online shopping, food delivery, video conferencing, mobile banking, etc. sono divenuti di uso comune.
I genitori hanno imparato a lavorare da casa e i figli si sono diplomati e laureati a distanza.
I cellulari si sono popolati di nuove App per la DAD, le video conferenze, i meeting, gli acquisti digitali e le consegne a domicilio, ma anche per il contact tracing e i rapporti con la pubblica amministrazione, consentendo alla societa’ della sorveglianza di fare un ulteriore “grande balzo in avanti”.
Come conseguenza le grandi Città, una volta polo di attrazione per il lavoro e lo studio, hanno perso popolazione.
Ad esempio nel corso del 2020 Milano ha subito un impressionante calo di abitanti, e pendolari.
La fuga da Milano non è stato un episodio che ci ricorda l’inizio della pandemia, quando, improvvisamente, moltissime persone presero d’assalto la stazione Centrale per ritornare alla propria terra d’origine, ma è un moto continuo che da allora non si è mai fermato e che sta svuotando sempre di più le strade della città.
Secondo i dati dell’anagrafe a inizio 2021 i residenti a Milano sono calati sotto il milione e quattrocento mila.
Ora che il lavoro è sempre di più in modalità Smartworking, e lo studio in modalità DAD, molte persone sono partite da Milano per non farvi più ritorno.
Si osserva una nuova interessante tendenza: quella di alcuni giovani pensionati che preferiscono tornare nella loro terra di origine dove il costo della vita è assai più basso, il clima più mite, l’aria meno inquinata e i servizi passabili.
Uno degli insegnamenti della pandemia è che la qualità dell’ambiente e dell’aria, giocano un ruolo importante nella dannosita’ dei virus, con le zone più inquinate che riportano dati di mortalità e letalita’ decisamente più alti.
Molte aziende internazionali hanno adottato lo Smartworking come modalità permanente. Dopo un primo periodo di sperimentazione e assestamento hanno capito che i risparmi sono notevoli e la produttività addirittura più alta.
Mi vengono in mente le belle torri di Piazza Gae Aulenti e quelle di City Life oramai occupate solo per metà o anche meno.
Molti settori assieme al lavoro in ufficio subiranno dei cambiamenti inaspettati, rivoluzionari e duraturi, penso alla ristorazione, ai negozi e alle palestre, soppiantate da food delivery, online shopping e videoginnastica che conquisteranno sempre più ampie quote di mercato.
Sono cambiamenti che credo arricchiranno i meno e impoveriranno i più: la Virgin Active coi suoi giovani videogenici Trainerstars vincerà sulle piccole palestre, e Amazon e soci faranno scomparire innumerevoli negozi di ogni tipo, piccoli, medi e grandi.
Anche a Modena si osservano fenomeni simili a quelli descritti prima. Ad esempio nella banca dove lavoro per mantenere il distanziamento ci siamo divisi in tre gruppi, due si alternano in ufficio e uno lavora stabilmente da casa, in questo modo la presenza in ufficio è assai ridotta.
Un amico toscano che lavora in Maserati mi racconta che anche loro hanno adottato lo Samrtworking in modo permanente. Ha perciò potuto fare rientro a Volterra da dove facilmente raggiunge Modena una o due volte a settimana quando deve assicurare la presenza in ufficio.
La pandemia ha rivoluzionato in breve tempo e per sempre il nostro modo di vivere e interagire con gli altri: dagli incontri casuali, agli amici, ai colleghi ai parenti.
Un dato preoccupante è l’isolamento dei giovani. Con le scuole, le palestre e gli altri luoghi di aggregazione chiusi i giovani hanno meno possibilità di incontrarsi e interagire con i propri coetanei, innamorarsi, litigare, imparare a gestire le proprie emozioni.
Il rischio è che la costrizione divenga routine e che una intera generazione alla fine si abitui a vivere in casa e si trovi maggiormente a suo agio nel mondo virtuale che in quello reale.
Secondo me uno degli effetti di più lungo periodo che lascerà l’impatto più visibile è la caduta del numero delle nascite.
Avere un bambino è un grande atto di fede.
Risparmi solidi, un buon lavoro, un partner affidabile, una rete solidale di familiari e amici, una casa e un ambiente sano, sono queste le principali richieste che i giovani fanno quando decidono di portare una nuova vita al mondo.
La grande domanda ora è quante coppie hanno rimandato la gravidanza durante la pandemia – e quante continueranno a farlo anche dopo che il mondo tornerà alla normalità.
Questa scelta personale ha conseguenze a lungo termine per la societa’, che impattano su questioni che vanno dalla immigrazione, all’economia, all’età pensionabile.
Nel mese di dicembre e’ nato il primo dei bambini concepiti all’inizio della pandemia.
I demografi e i politici stanno tenendo d’occhio questi i numeri per capire quanto sara’ grave il calo delle nascite, ma che un piu’ rigido inverno demografico seguirà è una certezza.
L’ONU ha previsto che alcuni paesi, tra cui il nostro, vedranno la loro popolazione dimezzata nei prossimi cinquant’anni. I tassi di nuzualita’ e natalità, gia’ prima della pandemia, erano ai minimi e in continua discesa. Secondo l’associazione avvocati divorzisti nel 2020 le separazioni sono aumentate del sessanta per cento.
La pandemia è come l’ultima spinta contro un edificio, quello della famiglia, che stava già crollando.
Le coppie aspettano sempre più a lungo per avere il primo figlio, cosi’ la proporzione della popolazione in eta’ fertile si sta via via e ineluttabilmente riducendo.
Tutte le nazioni industrializzate da decenni combattono il fenomeno della denatalita’ e cercano di mantenere o aumentare la propria popolazione favorendo l’immigrazione.
Sarà difficile trattenere i giovani talenti in Patria tentati sempre piu’ dalle melodiose sirene tedesche, americane o cinesi.
Secondo l’ISTAT nell’ultimo decennio si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni anagrafiche di cittadini italiani per l’estero (emigrazioni) e un volume di rientri che non bilancia le uscite (complessivamente 899mila espatri e 372mila rimpatri).
Puntare pero’ alla crescita attraverso l’immigrazione e’ una soluzione a breve termine. Tra i maggiori fornitori di immigrazione negli ultimi anni ci sono il Bangladesh, l’India, la Cina e le Filippine. Ma anche questi sono paesi che stanno assistendo al crollo del tasso di natalita’.
D’altro lato abbiamo assistito negli ultimi anni ad un fiorire di programmi pro famiglia e pro natalità che non hanno dato i frutti sperati.
L’Italia è da anni entrata nella trappola della denatalita’ nella quale le donne in età fertile diminuiscono costantemente così da rendere impossibile una ripresa della popolazione anche in presenza di un consistente aumento del tasso di natalita’: la piramide delle età è invertita e le coorti tra i 40 – 60 anni sono più numerose di quelle in età fertile (tra 20 e 40) che sono a loro volta più numerosi di quelle tra 0 e 20 anni. Quindi anche incrementando significativamente il numero di figli per donna non si riuscirebbe a colmare il gap con i decessi.
I politici, liberali o sovranisti che siano, hanno bisogno di una popolazione sempre in crescita (per il proprio paese) perché tendono a spendere piu’ di quanto potrebbero, lasciando il debito a future generazioni sempre meno numerose.
I governi tendono a spendere troppo e hanno bisogno di più nascite, di più immigrazione per finanziare le loro spese, per mantenere la promessa di un miglioramento continuo nello stile di vita dei propri cittadini, per garantire più servizi, piu’ ospedali, più trasporti, più benessere.
Ma la crescita costante non è sostenibile.
Qualcosa deve assolutamente cambiare.
Bisogna che i governi imparino a spendere entro i propri mezzi.
Fare con quello che si ha, cercando anzi di fare sempre di più con meno, meno risorse, meno persone, meno sprechi, solo questo assicurera’ un futuro felice al pianeta.

Le giovani generazioni cambieranno il futuro attraverso il lavoro?

La pandemia sta aumentando l’interesse dei giovani per i sindacati. Questo potrebbe portare ad un cambiamento epocale dell’orizzonte dell’agire collettivo.

Marco dice che molta gente si e’ fatta un’idea sbagliata di come sta andando il lavoro del rider durante la pademia. Spesso si sente dire: “scommetto che sei più impegnato di quanto tu non sia mai stato”.

Ma in realta’ in tutta italia, i raiders stanno attraversando tempi difficili. Sempre piu’ giovani si iscrivono alle piattaforme e cosi’ diventa sempre più difficile arrivare ai fatidici 1000 euro al mese che per Mario rappresentano il minimo per poter vivere in una citta’ ricca come Modena.

Marco lavora per la società di consegna di cibo Deliveroo . “Gia’ prima della pandemia non era facile far quadrare i conti, ora”, dice: “ci sono giorni in cui si guadagna meno di 4 euro l’ora, meno della metà di un 26enne come me con un impiego normale”.

In qualità di liberi professionisti, i raiders non hanno indennità di malattia, ferie e permessi e il tempo trascorso in attesa di una chiamata non è retribuito.

Dice marco “La pandemia dimostra che, in fondo, noi non godiamo di nessuno diritto”.

Così, circa quattro mesi fa, ha preso la decisione di aderire a un sindacato, lo Raiders Union. La sua speranza e’ di poter contribuire ad attirare l’attenzione sulla mancanza di diritti dei raiders entrando a far parte di una comunità di lavoratori che sono stati tradizionalmente isolati.

Storicamente, i sindacati hanno esercitato poca attrazione verso i giovani che hanno impieghi informali. Ma poiché la vita lavorativa è diventata sempre più imprevedibile e i posti di lavoro meno stabili, persone come Marco stanno riscoprendo i vantaggi dell’azione collettiva.

Alcuni esperti di dinamiche del lavoro affermano che la pandemia potrebbe contribuire ad una rinasciata del sindacato.

Dal picco, raggiunto intorno agli anni ’70, i sindacati, nei paesi industrializzati, hanno costantemente perso iscritti. Nel Regno Unito e in Francia, la densità sindacale è circa la metà di quella che era nel periodo di massimo splendore. La situazione è ancora più grave negli Stati Uniti, dove i membri dei sindacati sono scesi dal 25% circa della forza lavoro nel 1970 al 10% di oggi.

Anche in italia continua da anni l’emorragia degli iscritti al sindacato, la base sindacale e’ composta per la buona parte da ex lavoratori in pensione, e i sindacati tradizionali faticano ad attrarre nuovi iscritti.

L’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) raccoglie i dati sulle adesioni ai sindacati dai siti dei sindacati stessi. Il loro indice, trade union density definito come il rapporto tra il numero di lavoratori iscritti a un qualunque sindacato e il totale dei lavoratori, conferma un calo manifesto delle iscrizioni ai sindacati italiani negli ultimi dieci anni.

La tendenza generale è quella di sindacati che attraggono lavoratori dipendenti di mezza età, tipicamente in posti di lavoro stabili e nel settore pubblico o in settori in cui i sindacati sono storicamente presenti, mentre hanno un impatto minore in settori come la vendita al dettaglio, la ristorazione e l’ospitalità, la ricreazione. Questi sono tra l’altro i settori in cui molti immigrati e giovani lavorano, spesso in ruoli temporanei e a bassa retribuzione.

I lavoratori più giovani stanno anche sopportando il peso della crescente instabilità del mercato del lavoro e dell’ascesa della gig economy. I contratti di lavoro sono sempre piu’ a più breve termine e gli orari incerti senza tutele o protezioni.

Le aziende della Gig economy hanno finora resistito facilmente alle pressioni, da parte dei sindacati e dei governi, di considerare i loro lavoratori come dipendenti e hanno ovunque deliberatamente testato i limiti della regolamentazione dei diversi mercati del lavoro.

Ma anche se non sono entrati a far parte dei sindacati tradizionali, ciò non significa che i giovani lavoratori abbiano rifiutato l’idea di organizzarsi sindacalmente.

Alcuni hanno fatto a modo loro, seguendo una tendenza iniziata prima della pandemia, ma che ora ha acquisito nuova forza.

Raiders Union, ad esempio, è un’organizzazione senza scopo di lucro che rappresenta i lavoratori indipendenti. Non è un sindacato tradizionale, poiché non raccoglie le quote associative. “L’organizzazione dei lavoratori è qualcosa di particolarmente complesso” … “Il mancato riconoscimento della qualifica di lavoratore subordinato, infatti, comporta come conseguenza anche l’esclusione dalla tutela sindacale tradizionale. È dunque come risposta alla fuga dalla subordinazione da parte del capitale, più che per ragioni politiche, che i rider scelgono di organizzarsi nell’ambito del sindacalismo informale.” (https://www.che-fare.com/riders-union-bologna-sindacato-informale-piattaforma/) In un contesto particolarmente ostile alla possibilità dei lavoratori di organizzarsi.

Ci sono stati anche altri casi di giovani lavoratori che si sono ritagliati il ​​proprio percorso di azione collettiva in risposta a urgenze attuali. Ad esempio, a Philadelphia, negli ultimi anni è emersa una nuova generazione di sindacati, guidata da persone tra i 20 ei 30 anni che lavorano principalmente nel settore dei servizi. Hanno lottato per migliori diritti del lavoro per se stessi, ma hanno anche collegato tali diritti a movimenti più ampi per la giustizia sociale, come le campagne contro il razzismo o contro la violenza della polizia (www.phillymag.com/news/2020/10/17/philadelphia-unions/).

Questa sorta di ampia piattaforma è presente anche nei gruppi di pressione dei dipendenti che sono sorti in luoghi che i sindacati tradizionali spesso non possono raggiungere. Ad esempio, Amazon ha impedito ai dipendenti negli Stati Uniti di iscriversi al sindacato. Ma, nel 2019, è stato formato il movimento Amazon Employees for Climate Justice. Inizialmente chiedevano un’azione più forte da parte dell’azienda contro i problemi climatici, la sua difesa si è poi espansa per includere questioni come una migliore protezione Covid-19 per i dipendenti di Amazon e il permesso per andare a votare (https://twitter.com/AMZNforClimate/status/1212777102270820353?s=20)

Quando la pandemia e’ arrivata, i lavori dei giovani e degli immigrati sono stati tra i più colpiti. In Italia, tra marzo e giugno 2020, i giovani di età compresa tra i 20 ei 29 anni hanno perso il lavoro più velocemente dei piu’ anziani. E secondo la CGIL i settori con la maggiore percentuale di giovani: ristorazione, hotel, intrattenimento sono anche i settori che hanno perso piu’ posti di lavoro (http://www.filcams.cgil.it/category/home/turismo-l-home/).

Uno degli effetti più duraturi della pandemia sarà quello di convincere una fascia sempre più ampia di persone che l’adesione a un sindacato potrebbe essere utile per loro. La sicurezza sul lavoro alla luce del Covid-19 sarà il punto di appoggio su cui far leva.

Prima la salute e la sicurezza erano viste come “la parte più noiosa” delle contratazioni ma questo è un punto in cui non è oramai più ovvio che i tuoi interessi sono in contrasto con il tuo datore di lavoro, se il tuo datore di lavoro ti chiede di fare qualcosa che potrebbe farti ammalare” dice Mattia neo iscritto al sindacato impiegato di una grande banca.

Ci sono certamente segnali che la pandemia stia generando un rinnovato interesse verso i sindacati. “Durante il culmine della pandemia abbiamo visto aumentare il numero dei nostri nuovi iscritti tra i precari e la maggioranza sotto i 35 anni”, riferisce Giulia P., sindacalista CGIL. Giulia ritiene che “l’aumento può essere attribuito alla ricerca di un sistema di supporto e un punto di informazione in un periodo di estrema incertezza prolungata”.

Anche la FILCAMS, che rappresenta i lavoratori in ruoli tipicamente ad alta presenza di stranieri e non troppo sindacalizzati, tra cui gli addetti alle pulizie, receptionist etc., ha visto un picco a marzo nel numero di nuovi iscritti di età inferiore ai 35 anni. I numeri sono modesti nel complesso, ma l’aumento è stato significativo e continuo. “I giovani membri si stanno unendo alla FILCAMS perché Covid-19 ha chiarito in modo agghiacciante che nemmeno i nostri diritti più elementari, nemmeno la nostra salute e sicurezza, possono essere dati per scontati in questa crisi”.

Tuttavia, anche se la pandemia sta rivelando l’importanza dell’organizzazione del lavoratori, le cose potrebbero essere più complesse di come appaiono. Convertire lo slancio attuale in un cambiamento duraturo sarà la parte più difficile.

È troppo presto per dire se l’effetto Covid-19 alla fine sarà solo un’altra anomalia nella tendenza generale ad allontanarsi dalla sindacalizzazione da parte dei giovani.

Un effetto secondario della pandemia potrebbe essere quello di aumentare la percezione delle persone che i lavoratori hanno bisogno di più potere, in particolare i lavoratori essenziali che hanno svolto i lavori vitali di cui la nostra società ha bisogno per continuare a funzionare, che hanno messo in pericolo la loro salute e quella dei loro familiari e per una paga molto bassa.

Pensare alla sindacalizzazione come una questione di giustizia, diritti umani, salute, ambiente, economia e ampliare la sua base di sostegno può aiutare a creare le condizioni politiche necessarie per approvare le riforme e fare delle scelte che vadano a favore dell’umanita’ intera.

Luigi Di Maio. Un genio della politica!

Un’ignorante, presuntuoso e arrogante innalzato al ruolo di grande statista invia una delirante lettera a Il Foglio che volentieri la pubblica per esporre il malcapitato al pubblico ludibrio.

https://www.ilfoglio.it/politica/2020/11/27/news/l-offerta-di-di-maio-dieci-punti-per-una-svolta-1482425/

Il futuro e’ mutevole e il reggente della farnesina dopo aver messo in soffitta i 10 punti che hanno dato vita giusto un anno fa, grazie al capovolgimento delle alleanze, al governo Conte bis, si lancia in una lenzuolata di proposte posticcie e raffazzonate che strizzano l’occhio alla destra.

Se il programma del 2019 era ispirato a principi di equita’ sociale, legalita’, ambiente, riforma delle autonomie locali e sud per il prossimo futuro Gigino pone l’accento sul 5G e le infrastrutture digitali buttando li a caso nomi di tecnologie e teorie economiche di cui e’ improbabile ne conosca il significato.

Si chieda al meschino cosa sia lo Fiscal Stance, o a parole sue di spiegarci cosa e’ lo Blockchain o l’internet delle cose (e come questi contribuiranno ad efficientare le forze dell’ordine!).

eccolo il nostro pupetto inTento a spiegarci A PAROLE SUE i PROBLEMI del commercio internazionale!

Infine una domanda che porrei fossi un giornalista e’ perche’ prevede che le “esigenze di ordine pubblico aumenteranno” (sic!). Ha ricevuto delle analisi di intelligence sull’argomento? Di che genere?

A parte Brunetta che gli da del bravo scolaro non ho visto aprirsi un grande dibattito su questi nuovi dieci punti, gli unici a leggerli siamo stati appunto io e Brunetta.

Questo se non altro significa che in Italia c’e’ ancora tanta gente sana di mente.

Il Di Maio e’ addolorato! sente e si strugge constatando che dagli shock degli ultimi decenni e dai cambiamenti delle dinamiche globali l’Italia è uscita indebolita e fragile.

Gli italiani, gia’ miseri e reietti, mostrano dopo il duro colpo inferto dal Covid (sic) tutte le loro debolezze e incertezze ma per fortuna lui li guidera’ sulla via della salvezza. Ego sum via!.

Con senso d’urgenza si adoperera’, il ministro degli esteri piu’ ignorante della storia d’Italia, per costruire il domani nostro e delle nuove generazioni.

A questo punto parte il ciarpame di idee posticcie e senza senso.

Leggo con stupore che l’ambiente, la democrazia diretta, la lotta alle mafie, il Sud sono punto menzionati nella lunga e dotta disquisizione.

Si cita il calo demografico come problema ineluttabile e pertanto non ci si avventura in proposte per invertirne il corso, come non si affronta il tema dell’immigrazione se non per dire che l’immigrazione illegale e’ un problema di Sicurezza Pubblica!

Si eludono i grandi temi che potrebbero creare dissapori a destra come a sinistra, si cerca di ottenere il placet su un elenco di non proposte, neutre.

infine per l’attuazione di questo piano del secolo si propone un unico ente di sviluppo, dotato di procedure e poteri straordinari per avviare velocemente alcuni interventi strategici, affinche’ l’accountability per l’attuazione dei piani di investimento non sia dispersa tra molteplici amministrazioni centrali e locali.

Leggendo l’articolo l’idea che ho tratto e’ che Di Maio e’ essenzialmente un populista di destra molto piu’ vicino a Salvini che a Zingaretti e che in fondo vorrebbe tornare ai temi che piu’ lo appasionano, i taxi del mare, Bibbiano, i gilet gialli e un sano antiatlantismo filocinese.

Chissa cosa ne pensa la Philip Morris.

L’accelerazione sociale e tecnologica spingono l’outsourcing del lavoro online

Il mondo del lavoro sta subendo cambiamenti epocali sotto la spinta di internet e della diffusione della connettività. Grazie alla rete il lavoro online sta emergendo prepotentemente soppiantando le forme tradizionali di occupazione e trasformando dove, quando e come si esegue una prestazione o si eroga un servizio.
I nuovi sistemi di interazione tra aziende e lavoratori offrono un accesso ad ampie competenze specialistiche, processi di reclutamento immediati e flessibili e la possibilità di poter contare su una produttività illimitata 24 ore al giorno.
Attraverso le piattaforme di lavoro online una grande moltitudine di persone accede alla rete e da li’ compete nel mercato del lavoro globale, ovunque e in qualsiasi momento, vincendo sull’organizzazione tradizionale non solo in ragione della forza bruta dei grandi numeri ma anche grazie alla diversificazione, alla ampiezza e alla specializzazione delle competenze reperibili.
Tutte le attività possono essere soggette allo Outsourcing su internet, si parla di telemedicina, telechirurgia, telesportello, formazione a distanza etc.., il che vuol dire che posso avvalermi di un bravo medico cubano per una visita specialistica via Zoom, servirmi di un servizio di Customer Service composto interamente da crowdworker basati dall’altra parte del mondo o studiare ad Harvard senza mai muovermi da casa.
In questo scenario tutte le attività umane si trovano in competizione globale e sono sottoposte a dinamiche assai differenti rispetto alle attuali.
Molte aziende hanno cominciato a rivolgersi allo Online Outsourcing per trovare esperti in grado di risolvere in tempo reale i loro problemi servendosi di team cross funzionali dove la maggior parte degli skills viene reclutata sulle piattaforme in rete.
Queste aziende e questi professionisti hanno contribuito alla creazione di un ecosistema aperto e a rete, dove il pool dei talenti non è più interno all’organizzazione ma spesso distante, sconosciuto e inconoscibile.
Le tecnologie digitali hanno dunque dato vita ad una nuova ondata di outsourcing, in cui le organizzazioni utilizzano piattaforme online per attingere a risorse e competenze squarciando cosi’ i confini dell’ecosistema chiuso delle organizzazioni tradizionali.
Upwork, Freelancer e PeoplePerHour sono dei veri e propri mercati globali del lavoro che mettono in contatto i clienti con i liberi professionisti e facilitano il reclutamento e l’esecuzione di prestazioni a distanza. Piattaforme di questo genere consentono alle aziende di connettersi con milioni di freelance in tutto il mondo a una velocità e una scalabilita’ inimmaginabili solo pochi anni fa.
Alcune organizzazioni utilizzano con sempre maggiore agilità queste piattaforme anche se al momento sappiamo poco su quale siano le migliori pratiche per adottare con successo questo nuovo modo di lavorare.
Si potrebbe pensare che l’assunzione di liberi professionisti online sia qualcosa che le aziende possono semplicemente decidere di fare in ogni momento, tuttavia, l’integrazione dello online outsourcing nelle strutture organizzative tradizionali, nei processi e nelle pratiche di lavoro esistenti si rivela spesso una sfida complessa.
Sono avvantaggiate le aziende startup che possono organizzare i propri processi ex novo in relazione alle esigenze del lavoro online. le aziende tradizionali devono fare un salto culturale e organizzativo che per molte è fatale. lavorare in modo flessibile servendosi di team di cui fanno parte soprattutto collaboratori reperiti in rete significa scardinare i rapporti capo collaboratore. La burocrazia, con le sue liturgie e il rispetto delle leggi ferree delle gerarchie, è inconciliabile con queste forme di collaborazione fluida.
Comprendere le opportunità e le sfide poste da questo “nuovo mondo del lavoro” è lo scopo di questo articolo.
Rispetto alle precedenti ondate di outsourcing (ad esempio, il ricorso al lavoro temporaneo, lo outsourcing e lo offshoring), il passaggio alle piattaforme di freelance online porta il lavoro direttamente dove si trovano i lavoratori.
Le attivita’ che le aziende possono appaltare online vanno dalla programmazione allo inserimento dati, alle traduzioni, customer care e molto altro ancora.
La tabella sotto riporta quali siano le attività più frequentemente appaltate online:

Oxford University Online outsourcing index 2020

Esiste una grande varietà di piattaforme che mediano le relazioni tra clienti e fornitori. Di seguito tenteremo una qualche definizione anche se i confini non sono così netti e quasi tutte le piattaforme si prestano a piu’ utilizzi.
Le piattaforme di online outsourcing possono essere suddivise in piattaforme di microwork e piattaforme di freelance.
Le piattaforme Microwork si concentrano sulla velocità e sul basso carico gestionale del processo di assegnazione dei compiti e sono più adatte per attività relativamente semplici e ripetitive che richiedono poca formazione e coordinamento. Esempi di piattaforme microwork sono Amazon Mechanical Turk, CloudFactory e CrowdFlower. I lavoratori di solito possono selezionare autonomamente le attività, a condizione che soddisfino i requisiti di skill, esperienze, competenze stabiliti dal cliente.
Nel caso del Microwork i progetti e le attività vengono suddivisi in microtask che possono essere completati in pochi secondi o minuti. Ai lavoratori si richiedono solitamente semplicemente abilità di base di calcolo e alfabetizzazione, ad esempio per l’image tagging, trascrizione del testo e immissione dati, download e installazione di app, apertura di pagine Internet, fornire dati per lo machine learning, ricerche sociali, ricerche scientifiche, ecc.
I lavoratori sono in genere pagati piccole somme di denaro per ogni attività completata e le barriere all’ingresso sono inferiori rispetto al freelance online, il che lo rende particolarmente attraente per chi non possiede competenze specialistiche.
Le piattaforme di freelance online come Upwork, Freelancer e PeoplePerHour si concentrano su progetti più specializzati e ad alta intensità di conoscenza in categorie come sviluppo software, creatività e design, scrittura e traduzione.
Inoltre le piattaforme di freelance online pongono l’accento sulla qualità, sul coordinamento e la valutazione del lavoro consegnato. Sebbene siano molteplici le combinazioni possibili, un tipico processo di contrattazione su una piattaforma di freelance online procede come segue: un cliente pubblica un progetto sulla piattaforma e i liberi professionisti interessati presentano una proposta. Il cliente valuta quindi le proposte e conduce i colloqui con i candidati selezionati tramite chat o videochiamata. Quando il cliente trova un libero professionista che si adatta alle sue esigenze e le condizioni sono state concordate, la piattaforma aiuta le parti a stipulare un contratto per l’inizio del lavoro. I risultati vengono inviati tramite la piattaforma. Dopo la valutazione e l’approvazione, il cliente rilascia il pagamento al libero professionista.

Sotto riportiamo una tabella esemplificativa per le due tipologie di lavoro on line citato:

 MicroworkFreelence
GrandezzaI progetti e le attività sono suddivisi in microtask più piccoli  Tende a coinvolgere progetti e compiti più grandi
Complessita’bassaMedia alta
DurataSecondi o minutiOre fino a mesi
Competenze richiesteBasse: sono richieste poche abilità o conoscenze specialistiche  Sono richieste competenze e conoscenze specialistiche
CoordinamentoGestione automatizzata (algoritmica) da parte della piattaforma  Coordinamento (umano) da parte del cliente
RemunerazioneLavoretti pagati a cottimoPagati per risultato o su base oraria

Abbiamo svolto una piccola ricerca su qeulle che sono le piattaforme piu’ utilizzate tentando una suddivisione per aree di specializzazione anche se come accennato i confini non sono cosi’ ben delineati e ogni piattaforma puo’ rispondere a piu’ esigenze.

PLATFORMN° OF REGISTERD USERSEXAMPLE OF TYPE OF TASKS
Innocentive390.000Drugs development; Marketing; Algorithm; Social Innovation; Global issues
   
Fiverr830,000Writing, translation, graphic design, video editing and programming
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Tabella 1.1 – panoramica delle piu’ comuni piattaforme di Online Outsourcing (2020)

Perché le aziende sono costrette ad adottare questi nuovi paradigmi di organizzazione del lavoro se vogliono sopravvivere

Sempre più aziende si stanno orientando verso le piattaforme on line per le ragioni piu’ varie: gestire i picchi di lavoro; avere accesso a una fonte scalabile di lavoratori, competenze e skill; ridurre i tempi e costi di reclutamento del personale; annullare le barriere al reclutamento quali la geografia.
Le piattaforme on line forniscono l’accesso a liberi professionisti con competenze e conoscenze altamente specializzate, rendendole un’opzione interessante per integrare rapidamente e in modo flessibile le capacità dei team interni.
Rispetto ai tradizionali fornitori di servizi in outsourcing e le agenzie di lavoro, le piattaforme riducono sostanzialmente i costi di e i tempi di reclutamento. Ciò consente alle aziende di assumere rapidamente liberi professionisti per soddisfare le loro esigenze.
Le piattaforma on line eliminano le barriere geografiche, informative e amministrative nel processo di reclutamento. Ciò consente il loro utilizzo anche per progetti di minore lunghezza e portata. Facilita l’assunzione di liberi professionisti su una base più flessibile e su richiesta e consente ai manager di portare in azienda nuove competenze e conoscenze che altrimenti sarebbero rimaste fuori.
Le imprese ottengono non solo flessibilità numerica, funzionale e finanziaria ma anche vantaggi in termini di creazione di conoscenza e innovazione.
Più in generale, l’ascesa dello online outsourcing può essere inteso come parte di una più ampia trasformazione delle forme organizzative, in cui le imprese si stanno spostando da strutture gerarchiche relativamente statiche basate su ruoli fissi verso quelle più aperte, fluide e dinamiche. I team di progetto vengono creati dinamicamente, in base alle competenze, alle conoscenze e alle esigenze delle persone.
Questa nuova forma di organizzazione basata su progetti o attività fornisce alle imprese la velocità, la flessibilità e l’efficienza necessarie per rimanere innovative e competitive nei loro settori.
Ma la motivazione che più di tutte spingerà le aziende ad utilzzare lo online outsourcing è la accelerazione sociale e tecnologica che caratterizza la nostra epoca.
La velocità dei cambiamenti in atto dovuti ai rapidi progressi scientifici e tecnologici ha creato un crescente gap di competenze tra i lavoratori.
Il business cambia costantemente e ad un passo sempre piu’ accelerato. Per le aziende e’ sempre piu’ difficle trovare le persone adatte alle nuove esigenze, i lavori vengono continuamente ridefiniti e gli skill di ieri sono un peso per le esigenze del business di oggi.
Sempre più spesso le aziende faticano a identificare o formare internamente le competenze necessarie, i tempi di formazione (upskilling o reskilling) sono troppo lunghi per tenere il ritmo dell’accelerazione sociale e tecnologica: si stima che l’85% dei lavori che saranno richiesti nel 2030 non esistono ancora (https://www2.deloitte.com/us/en/insights/focus/human-capital-trends.html).
Usare le piattaforme on line consente alle aziende di coprire questi gap che si fanno sempre più ampi. In altre parole, le imprese hanno bisogno di acquisire sempre piu’ dinamicità, flessibilità e accesso a nuove competenze, e nello stesso tempo di sfruttare i vantaggi dell’innovazione e della creazione di conoscenza che derivano dal rendere più permeabile il confine aziendale attraverso la contaminazione tecnica e culturale grazie al reclutamento di lavoratori con background e storie lavorative differenti.
Questo cambiera’ i sistemi di gestione del personale, dal reclutamento alla formazione, dalla gestione amministativa alle relazioni indusrtriali.
Ad esempio il reclutamento non sara’ piu’ una funzione HR, ogni responsabile accedera’ alla piataforma piu’ adatta e procedera’ a pubblicare i compiti, i lavori e i problemi da risolvere diretamente in rete. Si occupera’ di raccoglierne i risultati, validarli e pagare i singoli contributi.
Il nuovo manager sara’ valutato sulla capacita’ di sfruttare queste nuove opportunita’ offerte dalle rete e dalla capacita’ di rendere sempre piu’ flessibili i processi capaci di accogliere contributi di personale interno e freelance esterni.
Un manager dovrà acquisire la capacità di gestire le ativita’ dello online outsourcing e nel contempo mantenere in azienda il know how differenziante, la capacita’ di innovare, garantire la privacy degli stakeholder coinvolti (clienti, fornitori, personale) la riservatezza e segretezza dei dati aziendali.
Le competenze che il nuovo manager dovra’ acquisire saranno incentrate sul distanziamento. La capacita’ di interagire in incontri faccia a faccia e motivare i propri collaboratori saranno sempre meno competenze distintive. Sarà invece più importante padroneggiare l’uso dei network (e.g. slack, zoom, etc) che presiedere un meeting fisico.
La capacita’ che maggiormente sara’ necessario acquisire e’ il ragionamento per processi, avere una visione d’insieme dei processi per suddividere un lavoro complesso in compiti sempre piu’ piccoli e iperspecializzati, assegnarli on line attraverso le piattaforme prescelte, raccogliere e assicurare la qualita’ dei risultati, integrare i singoli output per ottenere il risultato finale desiderato.
Le tre abilità classiche di leadership (Robert Katz “Skills of an Effective Administrator”) abilità tecniche, abilità umane e abilità concettuali, legate alle conoscenze specifiche, alla comunicazione con le persone e alla definizione della vision, che erano considerate essenziali per guidare e motivare i gruppi di lavoro e raggiungere i risultati, la padronanza dei quali contraddistingueva i manager piu’ brillanti da quelli medi, saranno presto soppiantate dalla competenza di gestione di gruppi sempre piu’ ampi attraverso una comunicazione sempre piu’ distante, tecnica, standardizzata, deumanizzata.
L’empatia necessaria per gestire incontri personali, motivare le persone, comprendere le leve motivazionali di ognuno, non fara’ piu’ la differenza e il manager efficace dovra’ sempre piu’ riuscire a sfruttare la tecnologia, le leve motivazionali tipiche dei social network e la comunicazione a distanza per raggiungere i risultati voluti.
I collaboartori saranno, di fatto, sconosciuti e non conoscibili e la gestione di una moltitudine di online freelancer non potra’ che somigliare sempre’ piu’ ad un processo tecnologico e sempre meno alla direzione di una orchestra o ad una squadra sportiva.
Il management sara’ sempre piu’ una scienza e sempre meno un’arte e perciò anch’esso destinato ad essere soppiantato dall’Intelligenza Artificiale.
Gli influencer dei social network sono probabilmente la nuova metafora del manager e, come è noto, un Bot può essere un influencer piu’ efficace di una persona reale.
Di contro le competenze degli on line freelancer sono quelle che oggi caratterizzano il mondo dei consulenti e liberi professionisti in ambienti indefiniti e destrutturati.
Sara’ sempre piu’ importante per gli on line freelancer mantenersi costantemente aggiornati sara’ loro responsabilita’ trovare la via piu’ adeguata per apprendere gli skill e mantenere minimo il gap di competenze.
I lavoratori dello online outsourcing saranno giudicati e valutati solo e soltanto in base ai risultati e dovranno costantemente capire dove il mercato del lavoro si sta dirigendo per tenersi continuamente aggiornati, pena la loro veloce obsolescenza.
Dovranno percio’ essere dotati di autodisciplina, non ci sara’ un sistema di governo e sorveglianza che assegna i compiti e impone i ritmi e controlla la qualita’, perche’ in caso di errore la punizione è l’immediata esclusione dal sistema (basta un click del mouse e per essere bannati, una stella di rating in meno per essere esclusi dal marketplace) dovranno essere curiosi e attenti, dovranno saper comunicare con brevita’ e efficacia o il loro lavoro non sara’ compreso e quindi scartato.
Alcune piattaforme offrono dei momenti di riflessione per capire il mercato e il proprio lavoro. I lavoratori on line si organizzano attraverso i social networks per passarsi delle informaizioni, darsi dei consigli e aiutarsi vicendevolmente.
Ad esempio You tube e altre piattafrome simili vengono usate a scopo formativo dove vi sono canali specialistici per apprendere nuovi skills.

Quali tipi di lavoro possono essere dati in online outsourcing

Lo schema sopra rappresenta sommariamente il funzionamento di una azienda.

Come vediamo ogni attività svolta in ogni area aziendale può usufruire di collaboratori reclutati attraverso piattaforme online (tra parentesi).
Le soluzioni proposte per ogni attività sono solo esemplificative e non esauriscono il mondo delle soluzioni online, anzi ogni giorno se ne aggiungono di nuove e nuove soluzioni di business vengono via via permesse dalle tecnologie, pensiamo solo al futuro dello online manufacturing una volta che le stampanti tridimensionali avranno raggiunto un buon livello tecnologico o cosa significherà gestire le attività di delivery quando piccoli droni potranno essere utilizzati per le consegne (oltreoceano la FAA ha recentemente concesso ad Amazon l’autorizzazione necessaria per effettuare consegne via drone).

L’Inferno on line dello Gig Worker

Come la rete ha trasformato il lavoro in una nuova schiavitu’ tecnologica

Come la rete ha trasformato il lavoro in una nuova schiavitù tecnologica.

Le aziende, grandi e piccole, governano le attività attraverso regole e gerarchie: il capo distribuisce i compiti ai dipendenti i quali prendono istruzioni per eseguire il loro lavoro.

Sebbene questo sia ancora vero per buona parte dei lavoratori, un numero sempre crescente di persone ha iniziato a lavorare prevalentemente online, svolgendo lavori che le aziende pianificano e assegnano tramite piattaforme, il cosiddetto Crowdworking.

Questo tipo di lavoro temporaneo atipico, detto anche on demand “Gig Work”, sta sempre più soppiantando il lavoro tipico.

Le statistiche del lavoro in Italia non colgono il fenomeno e i sindacati e i politici, a parte rarissime eccezioni, non sembrano interessati a fare i conti con questa nuova realtà occupazionale che sta trasformando le piattaforme online in nuovi padroni e i lavoratori in nuovi schiavi.

Società come Amazon, Uber, Deliveroo e AirBnB non hanno bisogno di presentazione e sulla loro scia stanno nascendo nel mondo una miriade di piattaforme di lavoro online e una massa crescente di attività si sta spostando silenziosamente sulla rete per diventare lavoro on-demand, a cottimo, poco retribuito e per nulla tutelato.

Queste piattaforme offrono alle aziende un modo molto economico per reclutare personale e retribuire solo i compiti svolti.

Ad esempio su Amazon Mechanical Turk i task, detti HIT (human intelligence task che a dispetto del nome sono davvero stupidi) possono essere retribuiti anche solo un centesimo l’uno e secondo la maggior parte delle ricerche un Mturker (così vengono chiamati i lavoratori on line di amazon) riesce a guadagnare mediamente 2 dollari all’ora mentre solo il 5% supera i 7 dollari!

Un magro reddito per chi vive nel Nord del mondo ma cominciano ad essere una retribuzione interessante per chi vive in Nigeria.

Oggi la distribuzione della rete e della connettività annulla il gap di produttività e un computer in Italia offre la stessa produttività potenziale di un laptop connesso dall’Uganda, questo pone i lavoratori di tutto il mondo sullo stesso piano sia che vivano nella ricca e tecnologica America che in un villaggio rurale dell’India.

Di fatto Internet sta dando vita a un nuovo tipo di Inferno.

Per alcuni americani, le attività online con salario inferiore al minimo sono l’unico lavoro disponibile.

La tecnologia ha aiutato a liberare l’uomo da molti lavori di routine, pesanti e poco retribuiti ma oggi sta anche producendo un nuovo terrificante mondo del lavoro, in cui le persone svolgono, sotto una stretta sorveglianza tecnologica, una miriade di micro compiti per ore e ore, guadagnando solo pochi centesimi per ogni HIT completato.

Per molti lavoratori che vivono in aree del paese in cui i posti di lavoro tradizionali sono scomparsi, inghiottiti dalla tecnologia o cancellati dall’outsourcing, il lavoro on line ripetitivo e mal retribuito è tutto ciò che passa il convento.

Sempre più aziende, anche multinazionali con centinaia di migliaia di impiegati, si stanno orientando verso le piattaforme on line per gestire i picchi di lavoro, per avere accesso a una massa scalabile di lavoratori, competenze e skill, per ridurre i tempi e costi di reclutamento del personale temporaneo e per annullare le barriere al reclutamento.

Il lavoro on line coinvolge anche i lavoratori iperspecializzati, quali coders e programmatori di Intelligenza Artificiale.

Ciò perché la velocità dei cambiamenti in atto dovuti ai rapidi progressi tecnologici ha creato un gap di competenze tra i lavoratori.

Sempre più spesso le aziende faticano a identificare o formare internamente le competenze necessarie, i tempi di formazione per l’acquisizione di nuove competenze (upskilling o reskilling) sono troppo lunghi per tenere il ritmo dell’accelerazione tecnologica: si stima che l’85% dei lavori che saranno richiesti nel 2030 non esistono ancora (Deloitte, 2019 Global Human Capital Trends: https://www2.deloitte.com/us/en/insights/focus/human-capital-trends.html).

Usare le piattaforme on line consente alle aziende di coprire questi gap che si fanno sempre più ampi.

Oggi, tutte le grandi aziende tecnologiche e non solo utilizzano servizi come questi. Il lavoro su richiesta creato da queste piattaforme è difficile da misurare e in pochi ne comprendendo l’impatto.

Anche le Banche stanno sfruttando queste opportunità, ad esempio Deutsche Bank mentre annuncia il licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e’ molto attiva nel reclutare CrowdWorkers e sviluppare l’intelligenza artificiale (Managing Complex Work Systems via Crowdworking Platforms: How Deutsche Bank Explores AI Trends and the Future of Banking with Jovoto, 2018).

I nostri sindacati difendono solo il lavoro visibile, ma nel mondo sono cambiate molte cose e le tendenze in atto, modificando radicalmente il mondo del lavoro, hanno creato una moltitudine indefinita di lavoratori invisibili (metto tra i lavoratori invisibili anche gli immigrati nei campi e le badanti)

Il lavoro online sta radicalmente rimodellando la nostra società. Gli economisti Lawrence Katz e Al Krueger stimano che i lavori alternativi basati sulle piattaforme on line siano aumentati dal 10 al 16% sul totale degli occupati, rappresentando tutta la crescita netta dell’occupazione nell’economia statunitense negli ultimi dieci anni. Supponendo che le tendenze citate continuino al ritmo attuale, entro il 2027, quasi 1 adulto americano su 3 farà affidamento sulle piattaforme online per sostenersi.

Il mondo del lavoro si sta rapidamente spostando online e sempre piu’ parcellizzando e iperspecializzando. Decine di nuove Start-up di Gig Work spuntano ogni giorno per mettere in contatto le persone direttamente con i datori di lavoro per svolgere compiti a cottimo attraverso la rete.

Questa tendenza non si invertirà e tutto sta ad indicare che il passaggio al lavoro on line on demand sarà il futuro per milioni di lavoratori in tutto il mondo.

Questi lavoratori invisibili sono vitali per il futuro della nostra economia e la loro difesa deve rappresentare una priorità per politici e sindacati.

Ignorare la crescente dipendenza delle aziende e dei consumatori da una forza lavoro sottopagata e senza diritti (gig workers, badanti, lavoratori nei campi) non è una strategia che ci aiuterà a difendere il benessere non solo economico della nostra società.

Perche’ il coronavirus ci terrorizza tanto?

Osservando gli Indicatori Demografici ISTAT relativi al 2019, al 1° gennaio 2020 il numero di residenti in Italia è pari a 60 milioni 317mila. La popolazione residente nel nostro Paese è in calo da 5 anni consecutivi (116mila in meno nell’ultimo anno).

Allo stesso tempo è aumentato il divario tra nascite e decessi. Per 647mila morti totali in Italia nel 2019, ci sono stati 435mila bambini nati vivi. In pratica per 100 persone morte sono nati solo 67 bambini (mentre 10 anni fa il rapporto era 100:96). Nel 2019 abbiamo toccato il livello più basso di ricambio naturale dal 1918. Secondo le statistiche, si è alzata anche l’età media degli italiani, che è di 45,7 anni mentre la speranza di vita e’ 80,8 anni per gli uomini e 85,2 per le donne.

Guardando nel dettaglio le tabelle ISTAT sulla mortalità e le cause principali di decesso in Italia scopriamo che il maggior numero di decessi è legato a malattie del sistema circolatorio. Tra ischemie, infarti, malattie del cuore e cerebrovascolari muoiono più di 230 mila persone all’anno. In seconda posizione troviamo i tumori, che causano la morte di 180 mila persone.

Arriviamo ora all’influenza e alla polmonite. I dati ISTAT ci dicono che su un totale di più di 53.000 morti a causa di malattie del sistema respiratorio nel 2017, 663 decessi sono dovuti a complicazioni da influenza (per lo più in soggetti dai 75 anni in poi) e 13.516 sono legati alla polmonite.

Questo per quanto riguarda la mortalita’ della popolazione in generale. Se approfondiamo invece le statistiche fornite giornalmente dalla protezione civile scopriamo che al 16 aprile 2020 L’età media dei pazienti deceduti e positivi all’infezione da SARS-CoV-2 è 83 anni per le donne e 79 per gli uomini, come vediamo e’ un dato molto vicino a quello della popolazione generale.

Altro aspetto che da piu’ parti si evidenzia e’ che il 97% dei deceduti presenta piu’ di una patologia (nel 61,3% dei casi almeno tre) e che le patologie preesistenti osservate più frequentemente sono dello stesso tipo che per la popolazione italiana. Un ruolo chiave pare lo giochi la cattiva alimentazione e la vita sedentaria essendo il sovrappeso una delle cause piu’ frequenti (obesita’ 12%, diabete mellito tipo 2 nel 32% dei casi). Il 16% ha un cancro attivo negli ultimi cinque anni.
Scorporando i decessi per classi di eta’ vediamo che la letalita’ fino a 39 anni e’ praticamente zero (molto piu’ probabile morire per un fulmine) e l’84% ha piu’ di 70 anni, di questi il 12,3% ha piu’ di 90 anni eta’ che va ben oltre la speranza di vita media della popolazione in generale!

La mia domanda e’ perche’ una polmonite che per caratteristica demografica e patologica dei deceduti dimostra una letalita’ che e’ piu’ o meno uguale alla mortalita’ generale ci fa cosi’ paura?

Vorrei riflettere percio’ su dei dati che tutti abbiamo visto piu’ e piu’ volte ma che pur nella loro tragicita’ non ci fanno oramai piu’ impressione.

Il consumo di tabacco rappresenta uno dei più grandi problemi di sanità pubblica a livello mondiale ed è uno dei maggiori fattori di rischio nello sviluppo di patologie neoplastiche, cardiovascolari e respiratorie.

L’OMS calcola che quasi 6 milioni di persone perdono la vita ogni anno per i danni da tabagismo, fra le vittime oltre 600.000 sono non fumatori esposti al fumo passivo.
Il fumo uccide una persona ogni sei secondi ed è a tutti gli effetti un’epidemia fra le peggiori mai affrontate a livello globale.
Il totale dei decessi entro il 2030 potrebbe raggiungere quota 8 milioni all’anno e si stima che nel XXI secolo il tabagismo avrà causato fino a un miliardo di morti (20 volte i morti della seconda guerra mondiale)
Si stima che siano attribuibili al fumo di tabacco in Italia dalle 70.000 alle 83.000 morti l’anno. Oltre il 25% di questi decessi è compreso tra i 35 ed i 65 anni di età (cio’ si tradiuce in oltre 20.000 decessi tra 35 e 65 anni). Eppure non vedo task force dedicate al problema mentre lo stato continua a ricavare un bel po’ di introiti mortali dalle tasse sul fumo attraverso i suoi monopoli. Oggi in periodo di lockdown le tabaccherie rimangono aperte mentre le rivendite di mutande no! Quelle potrebbero far male.
Altra causa di morte che ogni anno fa circa 45 mila morti e’ l’inquinamento atmosferico! Per fortuna in questo periodo di lockdown possiamo aspettarci un calo di morti da inquinamento e incidenti stradali (3.500 morti anno ca.).
L’inquinamento e’ letale anche per i bambini e causa nei piu’ piccoli serie patologie respiratorie! Gli incidenti stradali, che sono la prima causa di morte tra i giorvani sotto i 30 anni, producono anche 242.919 feriti una buona percentuale dei quali riportera’ danni permamenti.
Anche in questo caso non vedo elicotteri, droni e l’esercito controllare a tappeto le strade per reprimere gli automobilisti indisciplinati e nemeno sindaci o governatori minacciare l’uso di lanciafiamme per fermarre le stragi.
Passiamo al capitolo relativo alla alimentazione: la cattiva alimentazione in Italia causa circa 65 mila morti all’anno e una serie lunghissima di patologie croniche che ricadono sul servizio sanitario nazionale.
Non sento pero’ scienziati lanciare allarmi e alimentare situazioni di panico per indurre i governi a vietare la produzione di junk food (coca cola e nutella in primis) e varare norme urgenti per la chiusura di McDonald’s e simili.
Uno stato e una OMS che veramente volesse prendersi cura della salute e della qualita’ della vita delle persone deve trovare il modo per incidere su queste cause “normali” di mortalita’ se come appare evidente dalla tabella pubblicata dall’Istituto Superiore della Sanita’, la prima patologia preesistente nei decessi positivi al coronavirus e’ legata alla alimentazione e alle malattie cardiovascolari.
Basterebbe ridurre l’incidenza dei fattori fumo, alcol, inquinamento, alimentazione per far crollare il numero dei ricoverati e dei decessi da coronavirus
Una ultima osservazione che vorrei fare e’ che i 2.455 decessi (12,3% del totale) ultranovantenni non li sommerei nel calcolo della letalita’ da coronavirus visto che hanno raggiunto la eta’ media massima della popolazione generale.
Concludendo, pare evidente che non sono le migliaia di morti che stanno inducendo i governi mondiali a prendere decisioni cosi’ drastiche, non e’ la letalita’ del virus a spingere gli scenziati a preoccuparsi della salute delle persone, altrimenti avrebber agito con la stessa veemenza contro l’inquinamento, il fumo o il junk food.
Cosa spinge dunque governi democratici a terrorizzare la popolazione in tempo di pace e calpestare le liberta’ fondamentali della nosta costituzione?
Un’altro punto importante che vorrei porre alla attezione dei lettori e’ quello realtivo all’origine del virus. Il fatto che Donal Trump e altri acccusino la Cina di aver frabbicato in laboratorio il virus e la risposta dela Cina che nega di averlo messo in circolazione (accidentalmente o no) dimostra che cio’ e’ possibile, possibile cioe’ per gli scienziati produrre virus letali in laboratorio. Ma gli Stati e i loro governi sono in grado per loro fini di diffondere virus letali anche tra la loro stessa gente?
Visto il nefasto passato, che l’uomo tende sempre a dimenticare facilmente, per stancheza, dallo sterminio degli ebrei nelle camere a gas, ai gulag, all’uso mortale dell’atomo, alle rivoluzioni culturali, alle dittature militari, alle tante guerre combattute con armi intelligenti nelle quali le vittime sono solo civili, alla gestione delle criminale delle migrazioni la risposta la lascio a voi.
PS: mentre scrivo il sito del corriere della sera riporta il bollettino odierno della protezione civile: zero casi a Napoli e zero morti! Vi rendete connto che oltre meta’ d’Italia ha chiuso i battenti solo per solidarieta’ con la Lombardia?

Perchè il telelavoro in Italia non decolla

Il telelavoro in Italia non decolla per la prevalente cultura veteromanageriale e le carenze infrastrutturali che tutti conosciamo.
Lavoro nella più grande e Digitale Banca Italiana in un ufficio dove non siamo mai in contatto fisico con i clienti. Ciononostante, anche in tempi di Coronavirus, nello stabile dove lavoro, oltre 150 persone (tra i quali molti operatori di call center!!!) si ritrovano ogni mattina alle 08:15 per telefonare, mandare email, fare conference call e processare dati.
Credo che siano due gli ordini di motivi per i quali il lavoro da remoto in Italia non decolla: Il principale è quello culturale, il lavoro deve circondarti fisicamente e solo dentro una istituzione semitotalizzante quale l’ufficio i manager si sentono di stare a “a lavoro”.
I capi hanno bisogno di esercitare la loro dose giornaliera di arrogante paternalismo: una miriade di capi e capetti molti di più quanto sia necessario che passano il tempo a vessare i propri collaboratori e assegnare compiti inutili giusto per esercitare il controllo.
I clienti non sono generalmente pronti, nel tempo della comunicazione digitale alcuni inviano ancora ordini via fax!
Supermercati e esercizi commerciali piccoli e grandi disdegnano i pagamenti elettronici e aziende B2B accettano assegni postdatati credendo di essere più tutelati da un pezzo di carta! Non tutti hanno attivato lo Internet Banking.
I sindacati naturalmente sono contrari al cambiamento! Avere le filiali piene e i dipendenti concentrati in un luogo fisico è l’unico modo che conoscono per promuoversi e promuovere i diritti dei lavoratori.
Insufficienza nei sistemi informatici.
La maggior parte del personale d’ufficio non ha il laptop ma solo il PC fisso quindi anche pur volendo non può lavorare da casa. I sistemi informatici sono vetusti e non sono sicuri, le connessioni lente, il software di posta elettronica inadeguato e i server poco potenti.
La gig economy avanza spedita in tutti i settori dalla ricerca e sviluppo (Innocentive) alla programmazione (Topcoder) ai servizi (Fiverr, Mturk, e altri) mentre per la più grande Banca Digitale italiana è un problema far lavorare i propri dipendenti da casa.

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